Abodi critica la Figc: Incomprensibile la scelta su Kalulu, serviva più coraggio

Una frase. Un’ombra di rimpianto. E un caso che scotta: il ministro Andrea Abodi invita la FIGC a osare di più sulla vicenda Kalulu, dove la prudenza è sembrata una coperta corta. Il calcio italiano si guarda allo specchio e si chiede cosa voglia dire davvero “avere coraggio”.

C’è un filo che unisce gli stadi pieni, le chat dei tifosi e i palazzi delle istituzioni. È il bisogno di scelte chiare. Quando questo filo si tende, la voce si alza. È successo di nuovo. Andrea Abodi ha definito “incomprensibile” la scelta federale legata a Pierre Kalulu, aggiungendo che “forse un po’ di coraggio in più sarebbe servito”.

Non capita spesso che un ministro intervenga così, a gamba tesa ma con misura. Eppure l’aria diceva questo: serve una linea limpida, soprattutto quando si toccano dossier che accendono le emozioni, alimentano aspettative e mettono alla prova la credibilità del sistema. Non basta stare in regola. Bisogna anche farsi capire.

Kalulu non è solo un nome. È un simbolo del nostro calcio contemporaneo: giovane, internazionale, formato in Europa, cresciuto in un club che chiede standard alti. Quando il suo profilo entra in un provvedimento della Federazione, la lettura non è tecnica. Diventa culturale. Riguarda chi vogliamo essere come movimento.

Il caso Kalulu come cartina di tornasole

Qui sta il punto centrale. La decisione della FIGC su Kalulu ha lasciato più domande che risposte. Nei resoconti pubblici mancano ancora alcuni dettagli tecnici e le ricostruzioni non coincidono su tutti i passaggi. Questo, per il pubblico, è già un problema. Perché nella mancanza di chiarezza prosperano sospetti, rumor, interpretazioni tossiche.

La frase di Abodi pesa per questo. Dice: osiamo quando serve. Non per fare spettacolo, ma per fissare un criterio, per dare una direzione. Negli anni il nostro calcio ha conosciuto scatti in avanti coraggiosi. Il VAR, ad esempio, ha chiesto fiducia e formazione. Le seconde squadre hanno imposto di rivedere abitudini. Ogni volta qualcuno ha stretto i denti. Ogni volta, a posteriori, quel salto ha avuto un senso.

Il coraggio istituzionale non è sfida muscolare. È trasparenza. È motivare una decisione con parole comprensibili. È mettere in fila i passaggi, pubblicare le basi normative, spiegare gli effetti nel breve e nel lungo. Perché chi paga un biglietto, chi cresce nei vivai, chi investe nei club, non può sentirsi ospite in casa propria.

Regole chiare, comunicazione chiara

C’è un’altra lezione. Una scelta “giusta ma opaca” è, agli occhi del pubblico, quasi una scelta sbagliata. Lo abbiamo visto in vicende recenti: dalle liste tesserati alle deroghe, dalle sanzioni disciplinari ai criteri per la Nazionale. Pochi minuti di comunicazione precisa valgono più di cento smentite.

In questo senso, il “più coraggio” evocato dal ministro può voler dire anche questo: prendersi la responsabilità di spiegare. Dire cosa si può fare, cosa no, e perché. Indicare come si eviteranno nuovi casi simili. Lasciare meno spazio all’ambiguità e più spazio alla fiducia.

Lo dico da tifoso prima che da cronista: chi va allo stadio non pretende la perfezione. Pretende regole leggibili. Vuole sapere perché un difensore come Kalulu diventa il perno di una controversia. Non cerca eroi, cerca coerenza. Forse è qui che si misura davvero la forza del nostro calcio. In una stanza dove le porte non sbattono e le parole pesano il giusto. Siamo pronti ad aprirla fino in fondo?

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